“Eravamo dei pesci, siamo dei pesci, siamo sempre stati dei pesci in equilibrio in uno spartiacque alla ricerca di un impossibile compromesso tra l’inconformismo e la rassegnazione, nati sotto il segno della Gioventù Salarazista, e del suo stupido e veemente patriottismo da paccottiglia, alimentati culturalmente dalla rete ferroviaria delle regioni portoghesi, dai fiumi delle colonie e dal sistema orografico del nord del Portogallo, spiati dai mille occhi feroci della polizia politica, condannati al consumo di giornali che la censura riduceva a lodi malinconiche con l’odore di sacrestia provinciale del regime, e alla fine scagliati nella violenza della guerra, al suono marce bellicose e dei discorsi eroici di coloro che restavano a Lisbona, combattendo, combattendo coraggiosamente contro il comunismo nelle riunioni parrocchiali, mente noi, i pesci, morivamo in culo al mondo, uno dopo l’altro, si toccava un filo steso per terra, una mina scoppiava e ci spezzava in due, zac!, (…)”

António Lobo Antunes, “In Culo al mondo” (pp. 90, 91).
Universale Economica Feltrinelli

Noinculon so scrivere di libri. Non ne ho la competenza né forse, la licenza. Non ho molta simpatia per le recensioni che spesso trovo molto noiose, verbose e piuttosto inutili. A volte, però, scrivo di libri, quando ne sento la necessità e cercando sempre di limitare la mia naturale e spontanea logorrea. Non sempre ci riesco, comunque.

Questo libro lo approcciai in lingua originale, grazie ad un regalo che mi fece una cara amica portoghese, che porgendomi il libro disse: quando riuscirai a leggerlo, allora avrai davvero imparato la lingua. Non ho mai capito se era ironica o meno! Ecco, ci provai un paio di volte: ero assolutamente coinvolta e affascinata dalla lingua ma alla fine non coglievo il senso, mi perdevo. Quindi dopo qualche decina di pagine mi arresi. Infine, acquistai il libro tradotto, con l’intento di leggerlo in italiano. E amore fu.

Da un lato ne rimasi rapita, dall’altra finalmente capivo perché non ne venivo a capo col portoghese. Un uso del tutto non convenzionale della lingua. E devo molto, dobbiamo molto, alla traduttrice Maria José de Lancastre, che poi altri non è che la moglie del compianto Antonio Tabucchi, per questo lavoro che immagino non sia stato “pera doce” (letteralmente pera dolce), come a dire: non deve essere stata una passeggiata!
Una lingua densa, contorta, metaforica, allucinata, sensuale, lirica e violentissima, tutto questo insieme. Emotiva, evocativa, secca e barocca: decisamente una cosa nuova.
E quella della guerra coloniale, una questione che fa parte del grande rimosso dalla storia e dall’inconscio collettivo, sia del paese lusitano che dell’occidente, tutto. Perché ammettiamolo, del colonialismo del XX secolo (che sia italiano, francese, olandese, portoghese) ne sappiamo molto poco e sempre appreso da poche righe apparse nei libri di storia, appresa in maniera frettolosa, nella migliore delle ipotesi. Quello che sconvolge a leggere questa storia è la sua vicinanza temporale e la sua abissale distanza.
Negli anni settanta si consumava in Africa (Angola, Mozambico, Guinea Bissau) una delle più sanguinose e misconosciute guerre coloniali, protratta dal un piccolo paese, sito all’estremità occidentale dell’Europa. E non se ne sa granché.
Nemmeno in Portogallo di tutto questo se ne parla poi molto e sempre a chiudere mai ad aprire, come se si trattasse di una questione da evitare, scomoda. Da dare per chiusa e basta.
Con questo romanzo di Lobo Antunes, ho capito che no, non è affatto così, la questione è tutt’altro che chiusa, è una ferita aperta. E ho capito molte altre cose. Come se fosse questo il tassello che mi mancava per cogliere tanti aspetti del Portogallo, della cultura lusitana. In fondo questa lettura, di una crudezza e lucidità traumatizzanti, ti dà la terza dimensione, lo spessore che ti mancava.

Così capisci l’altra faccia del Portogallo il non detto, il lato oscuro della rivoluzione gloriosa e luminosa dei garofani, che sì fu grandiosa e incruenta ma che fu anche un drastico voltare pagina, senza fare davvero i conti con la storia. Conti che restano in sospeso…
Leggendo questo, che è il secondo volume della trilogia dedicata alla guerra d’oltremare, insieme a Memória de elefante (1979) e Conhecimento do inferno (1980), ho pensato: ecco le parole che non si possono dire, le ferite sanguinanti nascoste dietro i merletti e le leggende di re, regine ed esploratori. Ecco come hanno fatto a subire una dittatura per settant’anni!
Il mio amore resta immutato per questa cultura e per questo popolo, solo ne ho una visione più acuta, dolorosa, disincantata: quel bandolo della matassa, che mi mancava, che mi serviva. E capisco anche, fino in fondo, perché la Rivoluzione dei Garofani fu essenzialmente una rivoluzione che partì dai militari.

Se dovessi fare un paragone con uno scrittore italiano mi viene in mente Pasolini, per il suo sguardo disincantato, per la sua capacità di togliere i veli e sradicare tutti i cliché della piccola borghesia italiana. Non è che si debba fare necessariamente un paragone, è che mi viene proprio in mente Pasolini.
Ecco, mutatis mutandis, Lobo Antunes mi pare che possa essere per il Portogallo contemporaneo, qualcuno di simile al nostro Pasolini. So che molti non saranno d’accordo e mi rendo conto che il parallelo è quantomeno azzardato. Ma io non sono una critica, questa non è una recensione; io mi posso benissimo sbagliare. Licenza di errare!

Per concludere, vorrei ricordare che in Portogallo Lobo Antunes non vende più: il suo ultimo romanzo, pubblicato lo scorso anno ha venduto poche migliaia di copie. Ci si interroga su questo in Portogallo e ci si chiede se se sia lo scrittore ad avere perso l’ispirazione o il lettore medio portoghese ad aver perso la capacità di letture impegnative e scomode. A questo io non saprei rispondere ma vorrei rimandare ad un’importante riflessione di Claudio Magris, che definisce lo scrittore portoghese un Minotauro nel suo labirinto.

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