Ontario, Canada, estate 2009.

Non ho mai parlato della mia, sia pur breve, permanenza canadese.
In questi giorni sto leggendo Manituana di Wu Ming 2, un romanzo sull’indipendenza americana che consiglio vivamente, per lo sguardo diverso che contiene. In questi giorni, dicevo, ho ripensato a quei luoghi, tra Stati Uniti e Canada e mi son chiesta perché non ho mai pensato di scrivere su quest’esperienza, nemmeno un misero post. In effetti è un paese estremamente affascinante e piuttosto lontano.
In realtà la mia esperienza non fu particolarmente bella o particolarmente brutta. Nulla di che. Neutra direi e un po’ banale, forse, questo è il punto.
Ecco, ciò che è certo, è che fu una sorta di delusione rispetto alle aspettative che avevo, avevamo, su questo paese. L’idea era quella dell’America ma senza il liberismo sfrenato, con il welfare e tutto molto politically correct. E in effetti tutto era estremante correct e polite e molto funzionale, funzionante ed efficiente. Tutto perfetto e un tantinello noioso. Forse un giorno parlerò più approfonditamente di questo.

Volevo però raccontarvi di quella emblematica volta a Niagara Falls, dove decidemmo di passare un fine settimana.
Dopo un sinistro e scomodo viaggio in autobus, arrivammo in un pomeriggio caldo di luglio. Ecco, i mezzi pubblici non sono il forte da queste parti: senza l’auto sei decisamente morto, inoltre le distanze non sono quelle europee.

Faceva caldo e le cascate erano uno spettacolo: immense, imponenti, belle, su un piano naturalistico. Meno su quello architettonico urbanistico. Altrettanto sfruttate turisticamente in entrambi i versanti, quello canadese e quello statunitense. Una sorta di sconfinato luna park, composto da improbabili e giganteschi edifici colorati. Appariscenti e molto kitsch. Un vero orrore!

Arrivammo di pomeriggio e facemmo una passeggiata e ci bastò un breve giro per realizzare che non era proprio cosa. Di comune accordo decidemmo che non avremmo buttato una vagonata di dollari per passare il pomeriggio in coda, muniti d’impermeabile azzurro d’ordinanza, per prendere il boat e come formichine fare il trip, insieme alle altre migliaia di turisti, ai piedi delle cascate, all’ebbrezza dello spruzzo autentico d’acqua cascante.

Io non avevo intenzione di passare la notte in quella improbabile e opulenta multicolor Disneyland, che è Niagara Falls, la città si chiama così, sia di qua che di là dal confine. Tanto meno il mio consorte.

Quindi dopo poche ore, ci avviammo alla fermata dell’autobus un po’ esausti, un po’ delusi, un po’ scazzati.
Seduti e annoiati ci accorgemmo di una coppia che stava seduta a fianco. Erano giovani italiani, accento spiccatamente romano. Dicevano pressapoco questo: “Ma che merda di posto… le cascate sono una favola ma questi qua hanno costruito torri in concorrenza a quelli di là.. .e non so mica chi vince? …. Ma questa ruota panoramica qui… ma cosa mi rappresenta??? Ma ti rendi conto? Oh… ce ne annamo a Buffalo, io voglio la bisteccona ‘mericana come quelle dei film”.
A quel punto non potei non intervenire ridendo: “ Beh … a quanto pare siamo gli unici a non apprezzare questo posto!”.

Ahhh anche voi italiani? … Ma vi piace?…” Chiese lui disgustato.

È un posto allucinante.” Rispondemmo noi, più o meno ad unisono.

Infatti ma solo questi… E tutti stanno felici e contenti ma li hai visti? Il massimo eh… Ahhh prendete pure voi l’autobus?

E fu così che fraternizzammo e fu un piacevole rientro alla base.

Purtroppo non andammo a Buffalo a mangiare la bistecca, sapevamo che a dispetto di quello che può evocare il nome, il luogo non è per nulla esotico e non so come siano le bistecche, di certo la specialità del luogo sono le Buffalo Wings, ali di pollo fritte, condite con salsa piccante. Anche la vita notturna, dicono, non è male e sicuramente la compagnia di questa simpatica coppia poteva valerne la pena!

Qui sotto una carellata fotografica delle Niagara Falls. Da notare come ci siamo ben guardati dal fotografare gli orrendi manufatti umani!

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