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Loriano e Francesco

Era giugno. Era una giornata particolarmente tersa e ventosa e il vento gelido rendeva l’aria pungente. Molto strano in quella stagione. Ma Lisbona, si sa, è capricciosa, ha un clima particolare, in balìa dei venti atlantici. Era giugno, dunque, e faceva quasi freddo. La luce abbacinante, come solo a Lisbona.

Avevo saputo dell’evento quasi casualmente e avevo anche fatto l’enorme sforzo di telefonare all’Istituto Italiano di Cultura per prenotare. I posti erano pochi ma mi avrebbero fatto sapere: era previsto un temporale, che avrebbe pregiudicato la presentazione nell’ampio giardino del palazzo e dunque limitato ancor di più il numero dei posti.

Ero in ansia non tanto per un’eventuale comunicazione negativa, al contrario ero in ansia a fronte dell’eventualità di andarci. Feci più volte un rapido bilancio della situazione e la conclusione era sempre la stessa: non mi sarei mai perdonata di non andarci, per mia scelta. In cuor mio speravo che i posti fossero esauriti. Poi pensavo ma quando mi sarebbe capitato di vedere Macchiavelli e Guccini in una cornice così particolare, a presentare il loro ultimo lavoro?

Macchiavelli Loriano, classe 1934, bolognese, scrittore di gialli, ultimamente non se lo fila nessuno o quasi, ma negli anni settanta fu autore cult e creatore del mitico personaggio di Sarti Antonio, questurino di Bologna. Quando si dice fatalità: in questo momento della mia vita, stavo proprio leggendo tutti i suoi gialli e oramai Sarti Antonio era un personaggio quasi vivo e presente nella mia vita. Ogni tanto anche parlavamo, io e Sarti Antonio. Dunque la possibilità di ascoltare il mitico Macchiavelli era qualcosa di grandioso, inaspettato. Da considerare che Loriano non è che ami molto presenziare nei salotti cultural mondani, tantomeno si vede in televisione. Dunque, occasione rara e preziosa, la presentazione dell’ultimo romanzo scritto a quattro mani, con Francesco Guccini.

Guccini è un mostro sacro e non ha bisogno di presentazioni. Colonna sonora della vita degli italiani negli ultimi quarant’anni, non credo vi sia nessuno in Italia che non leghi almeno una sua canzone ad un qualche momento particolare della sua vita. Mostri, dunque. Ansia.

In realtà mi cagavo sotto perché io a queste cose non ci vado mai ché sono assolutamente negata per tutto ciò che è pubblico, mondano e via dicendo, non sono proprio capace. Insomma alla fine speravo mi dicessero che i posti erano esauriti. E invece arrivò la telefonata che mi confermava la disponibilità dei posti. Ansia, ecco, appunto.

A questo punto partì la rincorsa a mio marito Max che doveva assolutamente venire con me, visto che avevamo prenotato e bla bla… In realtà era il mio oggetto-feticcio ansiolitico. Lui, nonostante ami i suddetti autori forse anche più di me, non partecipa a nulla e punto e non sta nemmeno a farsi tante pippe. Sta su un altro pianeta, ossia quello accademico, ma fece il considerevole sforzo di liberarsi dagli impegni lavorativi e di accompagnarmi, quel pomeriggio fresco e assolato di inizio giugno.

Sorvoliamo sulla questione “cosa mi metto?”. Facile da immaginare, nessuna ne è esente: una mezza giornata su questo dilemma e poi si sceglie sempre l’abito sbagliato, per sfinimento. A vedermi, nessuno avrebbe detto che ci avevo pensato anche solo un minuto su cosa mettermi, ecco. Casual, casuale, appunto.

Insomma arrivò il gran giorno e l’appuntamento con Max era alla stazione Metro più prossima alla sede dell’IIT, in Rua do Salitre. Pensavo ad altro e parlavo d’altro. In realtà l’ansia si era già abbassata, eppure avevo le farfalle nella pancia.

E poi il palazzo dell’Istituto Italiano non è che di suo aiuti a stemperare il senso di inferiorità: palazzo settecentesco pombalino dal delicato colore pastello, in perfetto stile lisboeta. Ha un aspetto dimesso ma molto raffinato; entrando l’attenzione è catturata dai meravigliosi azulejos che ne ornano l’ingresso. Bellissimo, raffinato, trasuda cultura alta in tutti i suoi dettagli. Sembra un palazzo che vuole distinguersi ma non immediatamente, confuso nella sua sobrietà. Il passaggio attraverso il metal detector era una novità assoluta e non proprio rilassante.

Ci fecero attendere in uno dei salottini, mentre ammiravo con stupore le stampe ottocentesche risorgimentali, autentiche, mi veniva un rigurgito di nostalgia patriottica. Prontamente spenta dal pensiero: ma chi paga tutto questo lusso? Beh gli ignari italiani, che pagano le tasse in Italia e dunque mi montò dentro una sorta di rabbia verso il tradimento agli ideali patriottici che l’Italia stava dando nella sua migliore versione, a centocinquanta anni dalla sua esistenza. Ma volendo spezzare una lancia in favore della nostra Ambasciata, debbo dire che l’analogo americano dell’istituto di cultura è molto più sontuoso e lussuoso, ma decisamente meno raffinato. Lo dico perché mi sono imbucata, anche lì casualmente, ad un evento culturale e ho potuto vedere da vicino quel bel pezzo di giovanotto che era l’allora direttore della sinfonica di Lisbona ma questa è un’altra storia.

Scacciai questi edificanti pensieri e quando ci fecero accomodare in giardino, rimasi folgorata dalla bellezza del posto. Un giardino tropicale ampio fresco e arioso. Silenzioso: non diresti mai che sei nel pieno centro di una città.

Ci sistemammo in posizione il più possibile defilata ma non troppo lontana, non potevo perdermi lo spettacolo, scelsi strategicamente i posti. E attendemmo a lungo, l’arrivo delle stars.

Max leggeva, intanto io studiavo la fauna che era il pubblico, non molto numeroso, in verità. Ma decisamente interessante.

La platea era suddivisa in due parti, distinte. Fin da subito appariva chiara la distinzione, quasi fossimo in parlamento: da una parte il volgo spicciolo, la gente normale diciamo. Non so per quale alchimia, le persone si andavano sistemando nello spazio secondo la loro appartenenza, naturalmente, senza alcuna indicazione.

Dall’altra c’era la famiglia, per così dire, nobiliare di console, annessi  e connessi, funzionari e famigli vari. Mi colpì anche la presenza di alcuni bambini: che erano o mostruosamente coltissimi fin da tenera età, oppure prede del delirio di genitori mostri sadici, ma pur sempre coltissimi.

Non è difficile capire dove io mi trovassi, in quale partizione del pubblico. Dunque mi misi a studiare i miei vicini, rendendomi conto che pochi, pochissimi parlavano italiano. Individuai degli studenti di lingua italiana, ammirandoli per la loro dedizione. Ecco, la mia ammirazione cadde vertiginosamente quando mi resi conto che per almeno alcuni o meglio alcune, l’italiano era un miraggio, molto lontano. Detto altrimenti: non capivano una mazza. Mi chiedevo che cosa avrebbero capito dalla presentazione.

Mistero subito risolto dalla seguente scenetta. Arriva il figaccione di turno, un bel tipo, decisamente italiano, decisamente elegante, affettato e  griffatissimo, lievemente tamarro alla Fabrizio Corona.  Egli, il figaccione tamarro, guarda dritto davanti a sé, trapassandomi con lo sguardo, quasi fossi trasparente, in direzione di due donzelle molto belle, tipo modella. Diciamo il cliché che ognuno può avere della classica strafiga brasiliana. Il tizio in questione le saluta e rivolge loro qualche parola in portoghese stentato, ridono, scherzano. Faccio un cenno al tizio, gli dico che può sedersi, che il posto è libero, gesto il mio di pura cortesia formale, sia ben inteso. Egli non mi risponde, sostanzialmente ignorandomi completamente.  Non so se hai provato ad essere totalmente ignorato, come fossi un fantasma invisibile, fa un effetto alquanto angosciante. Un po’ indispettita, solo un po’, mi chiedevo cosa c’entrassero questi qua con Guccini o Macchiavelli. La risposta è: una beata m… uhm, volevo dire nulla, com’era vero che io non esistevo. Era evidentemente pura occasione mondana, di quelle che, siccome c’entrava con l’Italia e l’Italia, si sa è moda e design e bei giovanotti fascinosi: questo l’algoritmo. Fortunatamente questi si spostarono e andarono altrove a cicaleggiare in pseudo portoghese o pseudo italiano.

Altri presenti nella sezione “gente comune” erano studenti veri di italiano, studenti o dottorandi italiani, autenticamente interessati all’evento che stavano aspettando con trepidazione. C’era anche qualche connazionale un po’ più adulto, personaggi creativi, diciamo: ho parlato con un fotografo, se non ricordo male, di quelli un po’ snob, non molto espansivi. Dunque non ci espandemmo molto.

Finalmente arrivarono le attesissime stars.
Spiccava in tutta la sua altezza il caro Francescone, che fisicamente oscurò almeno momentaneamente anche il Macchiavelli. Mi colpì come fosse più magro di quanto immaginassi o ricordassi; aveva un aspetto più giovane e molto gioviale e tenero, già ad una prima occhiata. Vederlo fu emozionante, molto più di quanto potessi immaginare. Aveva un’aria sorniona, bonaria. Un enorme orsacchiotto.

La presentazione fu molto divertente con i due che facevano un po’ il gioco del gatto e della volpe, un po’ lo Stanlio e Ollio della situazione. Ironica, interessante, coinvolgente, e molto emozionante. Nemmeno mi accorsi che mi ero congelata, completamente. Faceva freddo.

Poi la fase delle domande, in cui ci fu bisogno del traduttore. All’inizio era un po’ moscia e poi si accese. Anche io avevo una domanda che si era bloccata fra sterno e gola e non voleva articolarsi, anzi forse era ancora impigliata nella pancia. Era una domanda interessante e forse pertinente. Ma l’emozione mi aveva stordito e il battito cardiaco, pulsante nelle tempie, non mi lasciava lo spazio per ordinarla. Alla fine la domanda la articolai mentalmente ma ahimè, tempo scaduto ormai per farla! Se vuoi te la dico: riguardava il senso del magico, del soprannaturale, che spesso pervade la produzione letteraria dei due.

Ma torniamo a Lisbona, in quella fresca, oramai diventata fredda, serata di giugno.
Fummo invitati a partecipare ad un sontuoso buffet, che già si stava allestendo alle nostre spalle e gentilmente offerto dal contribuente italiano, di cui sopra. Il buffet, “offerto” ufficialmente dall’Ambasciata, era a cura di uno dei migliori ristoranti di Lisbona, rigorosamente italiano, autentico, non fasullo di quelli che insomma, in genere io non frequento. Decisamente fuori budget.

In effetti la qualità del cibo era anche oltre le aspettative. Davvero ottimo. Io ero ancora stordita dalla serata e dalla domanda che pensai e mai formulai, dunque non ricordo con dovizia di particolari il menù, perdonatemi. Comunque mi ricordo, cose italiane tipiche ma non le solite scontate, diciamo cose raffinate.

Mi ricordo solo della Porchetta di Ariccia, deliziosa così come pure la disquisizione che ebbi col cuoco, che vengo prontamente ad esporre. Riguardava la differenza tra il Leitão e la porchetta nostrana. Diciamo che la eloquenza e la capacità argomentativa non erano il punto forte del ragazzotto, il cuoco in questione, ma mi mise subito al posto mio, dimostrando di saperne eccome in tema di porchette.  Devi sapere che in Portogallo esiste una specie di porchetta che è appunto il Leitão, una sorta di arrosto di maialino intero da latte. Tanto impressionante a vedersi quanto buono a mangiarsi. La porchetta di Ariccia, quella romana, così come le altre versioni italiche, invece sono leggermente diverse e il ragazzotto si era profuso in particolari per spiegare a noi profani la differenza. La porchetta era eccellente, comunque.

Intanto tenevo d’occhio i nostri: Guccini era alle prese con l’assalto della folla dei pochi italiani agguerritissimi a caccia di foto e di autografi. Ad un certo punto approfittando del fatto che Macchiavelli era da solo, mi fiondai  per chiedere l’autografo sul libro: era una scusa per parlarci. Per fortuna a casa, avevo infilato un paio di libri in borsa, non si sa mai… Lui apprezzò molto la mia ammirazione per Sarti Antonio e per i suoi libri. Scambiammo un paio di battute, che non rivelerò nemmeno sotto tortura.  Al momento di firmare le copie, mi affannai per recuperare una penna dalla borsa ma lui mi bloccò: “Ma scherzi, vuoi che usi una penna qualsiasi?” e sfoderò la  sua lussuosissima Mont Blanc che mi mostrò pieno di orgoglio… Oppps!  La sua ironia sottile ci fece scoppiare in una risata, a me e Max, che si era nel frattempo avvicinato. Che dire di quest’uomo? Non ho parole. Di una squisitezza, simpatia e semplicità, davvero uniche, così come il suo senso di umore e capacità di contatto. Entusiasmante. Ad un certo punto, un po’ perplesso, chiese: “E… Francesco niente? Lui ci tiene…”

“ Pronti!”.  Estrassi un romanzo dei due, glielo porsi, ed egli con compiaciuta simpatia si prodigò a far pervenire il libro a Guccini che firmò e ci fece un cenno di saluto, da lontano. Volevo sprofondare per l’imbarazzo o per l’emozione o forse per entrambe le cose. Ma ora viene il climax.

Stavo istupidita per l’emozione, in un canto, nella sezione vini, a sorseggiare del vinho verde, mentre Max si sbafava l’ennesimo bis di qualche prelibatezza, quando si avvicinò l’enorme Guccini. Era accanto a me, io paralizzata dalla emozione. C’erano almeno duemila cose che avrei potuto dire. Ma il nulla, il vuoto pneumatico occupava la mia testa. Lui chiese del vino bianco ben fresco. Sì sì, disse il ragazzo, portoghese che ignorava beatamente chi stesse servendo. Lui beveva, io lo guardavo, immobile. Ci guardammo per qualche frazione di secondo e poi non so. Nella mia memoria vi è un cambio scena, non so avvenuto come, arrivò qualcuno che gli rivolse la parola, di nuovo immerso in un nugolo di persone.

Fatto sta che io ero lì accanto a lui, praticamente soli: io zitta, lui zitto. Fatto sta che ho incrociato Guccini e sono stata zitta, impalata e lui, al limite, avrà pensato: “Che sborona, questa!”.

Post originale: qui.

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