Non pensavo che ne avrei scritto. O forse, volevo farlo ma poi non ho trovato le parole giuste e poi chissà, forse non ci ho pensato più. Un capitolo chiuso e altri da aprire, altre cose da fare e a cui pensare.
Poi, in questi giorni, sentendo la notizia dei profughi numerati in Repubblica Ceca, mi son tornate alla mente quelle immagini e, soprattutto, quel freddo, gelido mattino nel Commissariato di Polizia. Ufficio Stranieri.
La notizia dei profughi marchiati col pennarello indelebile, pur facendomi rabbrividire, non mi ha meravigliato più di tanto.
La mia esperienza di migrante è stata breve, brevissima: un lustro appena.
Ed è stata privilegiata, se vogliamo: in paesi UE e con un lavoro, o meglio al traino del consorte con lavoro. Tutto regolare, tutto semplice e facilitato.
Tuttavia, fin dall’inizio una cosa mi è stata chiara e poi sempre di più. Se non lo provi non puoi saperlo, non puoi capire. Ho pensato ai tanti migranti nel mio paese, che non sapevano la lingua, che venivano da culture lontanissime, estranei ai più banali e scontati, per noi, codici di comportamento condiviso. E ho provato vergogna, nel pensare di dare per scontate tante cose.
Lo sforzo che si fa in un paese straniero per capire quello che ti accade intorno è immenso e spesso del tutto non colto da chi ti sta attorno. Anche se riesci a comunicare e anche se conosci la lingua, anche se non vieni da una cultura poi così distante.
Riferimenti ad aspetti culturali a te ignoti, battute che non puoi cogliere, cose che non riesci a spiegare… o ancora, norme che ti son del tutto aliene. E poi lo sguardo diffidente di chi ti vede straniero e che, volente o nolente, mantiene una distanza, sottile ma impenetrabile. Da turista, questo non lo cogli.
Così a volte ho pensato alle lunghe file di migranti, per lo più badanti, che vedevo di fronte alla Questura della mia città e che consideravo con un misto di pena e di distanza.
Torniamo a quel giorno. Era forse dicembre o gennaio. La neve era caduta copiosa nella notte, cogliendo anche gli abitanti del luogo alla sprovvista, genti abituate a climi rigidi e duri.
L’appuntamento era per il mattino prestissimo. Tutto organizzato perfettamente dall’Università: una delle segretarie, Luzie, ci portava in auto, ci faceva da interprete, da mediatrice culturale e ci aiutava nella immensa e complicatissima burocrazia kafkiana. Era per il permesso di soggiorno, ci avevano informato. Io mi chiedevo: ma che permesso di soggiorno? Siamo in Europa, UE, non ne abbiamo mica bisogno! Mah…
Eravamo quattro persone, studenti o dipendenti della facoltà e consorti (io), con la nostra accompagnatrice-mediatrice. Siccome gli altri due, oltre a me e mio marito, erano extracomunitari non mi feci poi altre domande.
Sorvolo sul viaggio in macchina nella bufera di neve: trenta chilometri per giungere al commissariato di polizia. Bianco e gelo ovunque.
Arrivammo finalmente, e dopo aver parcheggiato, arrancando nella neve fresca raggiungemmo la caserma.
Mi pareva di essere piombata nel film Gorky Park. L’edificio, si stagliava sinistro nella neve ed era un perfetto esempio di stile architettonico real-socialista.
E dentro non era da meno. Tetro, squadrato e essenziale: vi si respirava un clima austero e imponente. Si aveva l’impressione di essere tornati indietro di una quarantina d’anni.
Ci fecero accomodare in una sorta di sala d’aspetto, che odorava di legno da caserma, dove sostavano alcune persone di diversa nazionalità e etnia. Luzie era nervosa e sulle spine. Chiaramente in ansia. Ci istruì più volte su come comportarci e si raccomandò che lasciassimo palare lei.
Quella mattinata passò lenta e infinita, ad aspettare il nostro turno. Per intrattenermi, chiacchieravo con una dottoranda turca, cordiale e sorridente, entusiasta di tutto. Beata lei! Finché giunse il nostro turno e allora capii il motivo del nervosismo della nostra solerte accompagnatrice.
Il funzionario in divisa, al cospetto del quale ci introdussero, stava seduto dietro la scrivania dell’ufficio, parlava scandendo le parole con ritmo serrato e secco e senza alzare lo sguardo. I nostri passaporti di fronte. Biondo e massiccio, aveva un aspetto marziale e si rivolgeva, in ceco, soltanto alla nostra accompagnatrice, la quale rispondeva sollecita e tremolante. Non tradussero e non capimmo nulla. Il tizio in questione faceva paura, davvero. Quindi ci fecero alcune domande, su abitazione, affitto, padrone di casa, assicurazione sanitaria e quant’altro; ci fecero firmare delle carte e consegnarono l’agognata carta, marchiando anche il passaporto del consorte con il visto. Ci raccomandarono, inoltre, di tenerla sempre con noi, assieme alla tessera sanitaria, soprattutto se ci allontanavamo dal comune di residenza, e di mostrarla, qualora ci avessero fermato le forze dell’ordine.
Allora sì, compresi che si trattava effettivamente di un permesso di soggiorno lavorativo e che di fatto non eravamo, e non siamo, in Europa, o almeno nell’Europa dei diritti e civile che ci illudiamo di abitare.
Perché? Perché in EU un cittadino comunitario non ha bisogno di alcun visto per lavorare e perché avevamo inteso che protestare in virtù dei nostri diritti, sarebbe stata un’avventura a dir poco kafkiana!

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