Un giorno da bambino, all’imbrunire, eravamo in campagna e uno stormo di uccelli si era levato dall’albero di castagno del pozzo diretto verso il folto del bosco, bluastro per via della notte che iniziava a scendere. Le ali battevano con un rumore di foglie agitate dal vento, fogli minuscoli, sottili, innumerevoli, di dizionario, mi tenevi per mano e io ti chiesi all’improvviso Spiegami gli uccelli. Così semplicemente, Spiegami gli uccelli, una richiesta imbarazzante per un uomo d’affari. Ma tu sorridesti e mi dicesti che le loro ossa erano fatte di schiuma di mare, che si cibavano di briciole di vento e che quando morivano fluttuavano a pancia in su nell’aria, con gli occhi chiusi come le anziane durante la comunione. L’idea che cinque o sei anni dopo ti interessassero soltanto i voti di geografia e di matematica suscitava in me una strana specie di vertigine, un’impressione di assurdo, di impossibilità quasi comica, come se il medico indù si voltasse di colpo verso di me e mi dichiarasse di punto in bianco Lei ha un cancro.” (pag. 48).

António Lobo Antunes, Spiegazione degli uccelli. Feltrinelli Ed.

Spiegazione-degli-uccelliEcco, doveva essere una micro ma è diventata una minirecensione.
Questo libro che ho appena terminato di leggere mi ha letteralmente rapito e sancisce definitivamente il mio amore incondizionato per Lobo Antunes.
Il romanzo uscì in Portogallo nel 1981, praticamente all’indomani della Rivoluzione dei Garofani, tradotto e pubblicato in Italia un trentennio dopo, nel 2010 da Feltrinelli.
Si tratta di una sorta di cronaca di una morte annunciata, la cronaca del proprio suicidio. Ho già postato tempo fa in questa pagina, la bella Recensione, di Marcello Sacco ma su alcuni punti mi permetto di dissentire. A me, Rui, il protagonista non pare tanto un reduce, pare una vittima del proprio disegno autodistruttivo. Forse sì, è un sopravvissuto a una lotta che lo vede soccombere alla ricerca di questa spiegazione degli uccelli, che altro non è che la ricerca del padre, la ricerca di un rapporto irrimediabilmente perduto con lui. Così come perduta è ogni possibilità interlocutoria con lui, col suo mondo o con quello opposto dei rivoluzionari comunisti proletari. Rui sta nel limbo: non appartiene al mondo del padre e della sua famiglia, non appartiene al mondo nuovo, quello anelato e promesso ma irrimediabilmente fallito della rivoluzione portoghese. E sullo sfondo l’agonia della madre morente.
La trama è lineare ma densa di episodi che si vanno accavallando e addensando e solo dopo un po’ il lettore capisce i salti temporali, improvvisi, apparentemente senza logica, o forse con la logica delle libere associazioni, del flusso di coscienza. La narrazione passa dalla prima, alla terza e poi alla seconda persona, in modo repentino e improvviso. Come se si trattasse di un cambiamento d’inquadratura e di soggettività. Alla fine però si riesce a entrare in sintonia con questa molteplicità ingarbugliata e questo tempo del tutto soggettivo: del ricordo, del sogno, del delirio. E non è una sintonia indolore.
Il personaggio è decisamente un perdente che va, via via perdendosi sempre più. Alla fine ci troviamo dentro ricordi e narrazioni presenti che si intrecciano con uno spettacolo circense: una sorta di farsa psicodrammatica della sua vita, che però è anche un vero e proprio processo impietoso.
A tratti la narrazione è molto kafkiana: surreale e comica, iperbolica. Ma i toni spaziano da registri ironici e grotteschi, a registri poetici e decisamente lirici. La farsa e il burlesque rappresentano una sorta di contraltare o forse una cornice al fallimento esistenziale e al senso di smarrimento, di perdita. Un dolore sordido, lancinante e impietoso, senza sbocco alcuno.
Post originariamente pubblicato sulla Pagina Fb di Lilith
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