Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Ricorreva ieri, 27 agosto, l’anniversario del suicidio del grande scrittore piemontese. Correva l’anno 1950. In ricordo, ripubblico un paio delle sue poesie che già apparvero sul vecchio blog di Lilith.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi


Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Cosi li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

22 marzo ’50
CESARE PAVESE
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Giulio Einaudi editore, Torino 1951

Anche tu sei collina

Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.
C’è una terra che tace
e non è terra tua.
C’è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci son acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.
È una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
È una terra cattiva
la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna.
Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un’ombra di luna.
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna

come i falò la sera.

3031 ottobre ’45
CESARE PAVESE

La terra e la morte (1945-1946)

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unastoria

unastoria bella e atroce

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Prima e unica graphic novel candidata al premio Strega.
Un racconto, una storia, una gaphic novel, appunto,
uscita per la prima volta nel 2013 e quindi nel 2014,
a cent’anni dall’inizio del primo conflitto mondiale.
Non è un libro celebrativo e tanto meno retorico:
è una bella storia,
una storia atroce,
che si snoda tra oggi e ieri;
è dolorosamente attuale,
è terribilmente poetica.P_20160626_162222_1

Unastoria di Gipi, Coconino Press, Fandango 2014

Un racconto allucinato e poetico, a cavallo  tra il tempo presente e il primo conflitto mondiale.
Scritto e disegnato da Gipi, al secolo Gian Alfonso Pacinotti, le tavole sono particolarmente belle e preziose, completamente disegnate a mano, con diverse tecniche.

Buon Compleanno Pier Paolo!

 

  Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Ostia, 2 novembre 1975)
è stato uno scrittore, poeta, giornalista, drammaturgo,
sceneggiatore, regista, attore e montatore italiano.
“Quello che posso dire nel basso della mia mediocrità è che finché ci sarà un male, ci sarà anche un bene ma se ogni tanto aprite gli occhi, di certo male, non farà.” P.P. Pasolini
Alla mia nazione
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un
casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
P.P. Pasolini, “La religione del mio tempo”, 1961.

P.P. Pasolini. Io so!

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Canti Portoghesi

Mattine
di Saudade

La ricca città
Luccicante,
Nelle sue preziose vetrine
Di mode e cianfrusaglie fine,
Bella, distratta e pigra
Come gatti nel sole attardati
Assolata mi rincorre,
Mi divora  
Nelle fresche
Mattine di Saudade.
 
 

 Esta Cidade

Questa città
non ti somiglia
per niente,
maestosa, nascosta
struggente…
Questa città
dal respiro dolente,
distratta e sensuale,
non ti ricorda
per niente.
E il respiro
di questo mare
mi confonde,
toglie il fiato
mi porta con sé
mi affonda,
mi sente.

Lisboa

Lisboa,
Monnezza e High Speed Tech.
Baccalà e S. Vicente
Maestoso dominante
dall’Alfama.
E Antonio, Santo Patrono.
Ricchezza esibita
E sussidi reclamati
A gran voce o con lamenti
E Trasporti efficienti
Esibita decadenza
Aperitivo e jantar
Modernismo e Bairro Social
Guitarra e Fatalità
Autunno di pioggia incessante:
Eterna primavera che esplode!

Perché non muore il fuoco

Ricorreva ieri, 5 gennaio l'anniversario della morte di Tina Modotti a Città del Messico. Ripubblico il post che scrissi lo scorso anno sul vecchio blog di Lilith.

La notte del 5 gennaio 1942, a Città del Messico, in circostanze mai del tutto chiarite fino in fondo, moriva Tina Modotti, fotografa e pasionaria friulana.
In tale occasione il suo amico Pablo Neruda scrisse una poesia a lei dedicata per esprimere il dolore e lo sdegno in relazione all’attacco che la stampa aveva intrapreso sulla sua scomparsa.

L’incipit della poesia è incisa come epitaffio nella tomba di Tina, al cimitero Pantheon dos Dolores a Città del Messico, mentre la parte finale è riportata in una lapide commemorativa, nella sua casa natale a Udine, che potete vedere in questa foto.

Casa natale di Tina a Borgo Pracchiuso, Udine.
Foto qui

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Dino Campana. Il più lungo giorno.

« Tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili… »

(Dino Campana, lettera dell’11 aprile 1930 a Bino Binazzi, spedita dal manicomio di Castelpulci)

18 Marzo 1918.

In una scena essenziale, nuda, si articola questo viaggio mentale di Dino Campana, genio incompreso del suo tempo, personaggio tormentato ed errante.
Il  filo conduttore della scena e di tutta la sua rabbia, è lo smarrimento del suo manoscritto, Il più lungo giorno, unica copia esistente. Una vicenda dolorosa quanto assurda, in qualche modo emblematica del tormento errante della sua vita. I manoscritti saranno ritrovati quasi casualmente nel 1971, esattamente dove Dino, internato per pazzia e sottoposto a vari elettrochoc, affermava dovessero trovarsi, cioè dimenticati da colui al quale li aveva affidati.
Protagonista la follia, lo smarrimento, la parola, l’amore per Sibilla. La poesia di Dino Campana.
Una piece teatrale minimale, intensa, poetica, evocativa e delirante. Non priva di smarrimento e estraniazione.
Ringrazio la Prometeo Produzioni per aver reso disponibile quest’opera su Youtube.